L’apicoltura è memoria. Un tempo, quando si doveva recuperare uno sciame tra i mirti e le pietre lunari della Sardegna, le donne recitavano una filastrocca: “Bei innoi pippia bella. Bei innoi pippia bella. Torra a dommu abiscedda bella”, “Vieni qui bambina bella. Vieni qui bambina bella. Torna a casa apina bella.” L’apicoltura in Sardegna è sempre stata donna e Anna Maria, ricordando i suoi avi, porta avanti la tradizione intrecciandola all’innovazione. L’azienda Cuore di Mulargia ha fatto scoprire il mondo delle api attraverso la didattica e la degustazione dei prodotti dell’alveare.
“Vieni qui bambina bella. Torna a casa apina bella”. Orazione che si perde nella notte dei tempi ma che molto racconta di quel territorio.
«In Sardegna l’apicoltura è sempre stata donna. Erano le donne a cantare la filastrocca, a smielare i bugni e a preparare l’abbamele, un decotto tipico dell’apicoltura rurale sarda a base di miele con buccia d’arancia essiccata, buccia di limone e mela cotogna. Ogni famiglia ha la sua ricetta e la tramanda di generazione in generazione. Personalmente la utilizzo ancora oggi».
Anna Maria Cabiddu è un’entusiasta dell’apicoltura, conosce molte tradizioni del suo territorio bagnato dal lago di Mulargia, a sud dell’isola in provincia di Cagliari. «Sono una custode delle api, ho delle arnie stanziali e le mie api acchiappano fioriture sempre diverse, essendo la zona in parte montana e in parte pianeggiante. Produco un millefiori a base di piante tipiche della macchia mediterranea» racconta Anna Maria, orgogliosa per quanto è riuscita a mettere in piedi con le sue sole forze.
La sua azienda è Cuore di Mulargia.